domenica 4 novembre 2012

Nina




Mercoledì sera alle dieci e rotte è nata Nina, mia figlia.

Porterà la R di Ronda, il trapìo è da arena di prima categoria e i segnali che ha dato già dai primi minuti fanno sospettare che scorra nelle una casta viva, sì,  ma temperata da una nobleza pura e soave.
Encaste Ronda-Quarati, una mescola di sangue per il futuro.
Nina infatti è figlia non solo mia, occorre ammetterlo, ma anche di quella donna straordinaria che ho la fortuna di avere a compagna di vita: a dire il vero mater certa pater numquam, ma questa volta grossi dubbi non dovrebbero essercene. Perlomeno, fatemi credere che sia così.

Nina è arrivata al mondo una sera di pioggia e umida, e intanto che fuori i più giovani si travestivano da strega o vampiro la piccola ha deciso di uscire a iniziare la vita: e quando sua mamma si stava massacrando di fatica, le casse ci restituivano uno spartito di Chopin.
Mi ero detto che la mia bambina non avrebbe potuto nascere sulle note di una ladygaga qualsiasi, che in reparto sono abituati a mettere in filodiffusione la radio, no, ci voleva qualcosa di importante e adatto, e mi sono organizzato: Nina è uscita su un trequarti ondeggiate e fresco, un valzer delicato che rimandava a suggestioni di altre epoche, perfetto per accoglierla e cantarla.

E' nata Nina, così.

Nina un giorno conoscerà i tori.
La prima volta sarà al campo: l'aria frizzante le arrossirà le gote, il trattore tossirà qualche colpo prima di mettersi in moto e poco dopo, in bilico sul rimorchio, saremo in mezzo a un verde brillante e assoluto.
In quel paradiso il papà la prenderà in braccio e le indicherà, lì a pochi metri da noi e dalla mamma, quel toro nero, quello sguardo fiero e quelle corna che toccheranno il cielo, e Nina lo guarderà e poi guarderà il suo papà e la sua mamma e di nuovo volgerà gli occhi ai tori, a quei tori che imparerà a rispettare e ad amare.

Poi, quando sarà ora, arriverà anche l'arena.
E quel giorno vi vogliamo con noi.
Voi, gli amici che ci avete accompagnato in questi anni in giro per il sud dei tori, Arles e Ceret, Madrid e Tafalla, nelle praterie camarghesi e tra il verde austero e denso delle terre basche, nelle bodegas la notte e per le strade di giorno
Voi che da Torino, Nizza, Cremona, Roma siete venuti nella nostra casa e ci avete aperto le vostre, voi che qui da noi tornerete per visitare la nuova regina del mondo.
Voi, pane e tori, il regalo più grande che ci ha offerto l'aficion.

Nina.
Nina conoscerà il profumo del campo e gli odori dell'arena, ascolterà i muggiti e i cinguettii e poi Aguero e Nerva, ditinguerà il cardeno e il grana y oro.
Nina sarà con noi tra le mandrie di Spagna e sulle gradinate di cento piazze.
Perchè i tori non smetteranno di correre sulle sabbie latine, le cose grandi non finiscono, semplicemente.

Nina.
Nina ha bisogno dei tori, per imparare la vita, per conoscere il mondo.
E i tori hanno bisogno di Nina e di mille altre Nina, per rinnovare il mistero, ancora e sempre, alle cinque della sera.

Viva.



(foto Ronda: Nina qualche settimana fa nella pancia della mamma, un pezzo della mamma e il papà di Nina, esatto, io)




lunedì 29 ottobre 2012

Il Re

 


Il mondo del toro si è dato appuntamento a Fuenlabrada, pochi giorni fa, per omaggiare il Maestro.
Di fronte ad un teatro pieno, El Fundi ha ricevuto l'affetto e l'ammirazione di una cittadina intera: a celebrarlo, oltre che alla sua famiglia e a tutti i suoi compaesani, allevatori come José Escolar o Miura o Yonnet, e toreri come Diego Urdiales, José Tomas, Sergio Aguilar, Fernando Robleño.
Bastano questi nomi per far capire quanto seria e importante sia stata la carriera del torero.
78 corride di Miura, 186 paseillos in Francia (un record), sono medaglie sul petto di un gladiatore, di un matador valoroso e rispettato, integro e impeccabilmente torero.

Nelle parole che José Tomas ha detto quel giorno, rivolgendosi microfono in mano direttamente al El Fundi, c'è dentro molto, c'è dentro tutto.

"Negli ultimi anni abbiamo condiviso il cartel in numerose corride, è questo che giustifica la mia presenza qui, e la verità è che in questo omaggio in modo sincero ed emotivo che ti stanno offrendo la tua gente, i tuoi concittadini, la tua famiglia, i tuoi amici e i tuoi colleghi occorre dire che, come ho detto José Alfredo Jimenez, uno dei più grandi compositori di rancheras del mondo, se non il migliore, "no hay que llegar primero, pero hay que saber llegar”.

"Hai scelto una strada piena di coraggio, e, soprattutto, di valori. Valori come l'onestà, e il superamento, il sacrificio, la responsabilità, la sensibilità e, soprattutto, la fedeltà alla tua professione. Quei valori sempre sono stati nella corrida, ma non tutti sono stati loro fedeli come lo sei stato tu " 

"Penso che il cammino di nessun torero sia facile. Il tuo non lo è stato, come abbiamo visto ripassando questa sera la tua vita professionale. Ma credo che tu abbia lo abbia intepretato in modo esemplare, crescendo, soprattutto, in campo artistico (come abbiamo visto in queste ultime faenas) e per questo, penso che ci sia bisogno di avere grande saggezza, mota pazienza e un'anima d'acciaio. Come torero, come compagno, voglio esprimere oggi il mio rispetto e il mio orgoglio per te. Il rispetto e l'ammirazione innanzitutto, per come hai percorso questa strada; e il mio orgoglio, per averlo potuto condividere in quei pomeriggi in cui abbiamo fatto il paseillo insieme. Stare dall'altra parte della staccionata, aspettando il mio toro vedendoti toreare, è stato un vero privilegio per me. "

"Non voglio dilungarmi oltre, tutto ciò che desidero è che questa anima d'acciaio che tu hai possa incontrare una nuova strada che la possa alimentare".

El Fundi, ascoltandolo, piangeva.


Pero sigo siendo el rey.
Continuerà ad essere il Re.


(nota di servizio: questo post va inteso anche come omaggio a El Pana, in realtà non c'è nessun legame tra lui e Fundi e per ora non si è ritirato dalla professione,  ma quando si ascolta El Rey il pensiero va inevitabilmente a lui)



domenica 28 ottobre 2012

Natural de frente

Il corpo ben collocato nell'asse preciso del toro, nel centro geometrico delle corna, il petto esposto, le gambe affiancate.
Dritto, la cintura perpendicolare al corso dei binari.
Il braccio destro abbandonato con malcelata noncuranza a cadere lungo il fianco, il gomito solo un poco piegato e la mano appoggiata all'anca a reggere lo spadino, in parte nascosto dietro la gamba.
La mano sinistra che regge la muleta al centro del bastone, il braccio sinistro che avanza teso verso l'animale, il panno rosso tenuto davanti, piatto, parallelo al corpo e di traverso alla dorsale del toro, in asse.
Ora il volto si abbassa verso terra, gli occhi ancora fissi sul toro ma il mento che arriva quasi a toccare il petto e le labbra che si increspano in un grugno maschio e di sfida.
Il tocco, l'animale che scatta e sbuffando parte.
La gamba di uscita che adesso si apre e diventa ostacolo e capo da doppiare, la muleta che aggancia il toro e lo aspira, lo costringe a deviare la sua carica travolgente e mortale, lo obbliga all'ubbidienza.
I piedi che rimangono inchiodati a terra, la cintura che non vacilla, e il busto che ruota.
Il braccio sinistro che scivola lieve e si allunga a indicare la via, il braccio destro ancora arcuato e la mano ancora appoggiata all'anca.
La muleta che ora si abbassa, si offre e sfugge, si impone.
I brividi, in tutti, gli olé.

Quanta poesia struggente in un natural de frente, quanta verità in un solo passo, quanta grandezza.

Natural: passo di muleta disegnato con la sola mano sinistra. (Claude Popelin - La Tauromachie; ed. Seuil, 1970)

Fernando Robleño a Ceret, il 15 luglio, di fronte a Calerito di Escolar Gil, cinque anni di rabbia e follia all'attivo. Davanti ci saranno due ore di battaglia totale con gli altri cinque albaserrada, e pure già ora la muleta  è tenuta a sinistra, piatta e ben davanti, il corpo oscenamente fermo, le gambe pronte a pesare sul passaggio della bestia, per piegarla lì dove è più difficile.

Natural: il passo di muleta considerato il passo-base e il più estetico. Si chiama naturale perché in origine, quando il matador si presentava davanti al toro, teneva la spada nella mano destra e il panno in quella sinistra. (Robert Berard - La Tauromachie, histoire et dictionnnaire; ed. Laffont, 2003)

Diego Urdiales sulla sabbia grigia di Bilbao,a fine agosto, con l'ultimo toro della feria. Pachuqueño è un Victorino Martin con non troppo entusiasmo, la mancina di Urdiales lo va a cercare con pazienza e fermezza: il panno si svolge davanti al muso dell'animale che ora passa proprio di fianco alla gamba sinistra di quell'uomo, senza accorgersi che quel piccolo torero sta cesellando un natural, un singolo natural, perfetto.
Domenica 26 agosto quel passo con la sinistra, quello, ha dato senso alla intera vita di un toro.

Il cuore di un lavoro di muleta ben eseguito è il natural. Il natural è il passo completo, il più pericoloso perché non si può mai sapere come entrerà il toro nel panno, ma anche il più armonioso; è dunque il passo fondamentale nel toreo di muleta. (Tio Pepe - Genèse de la corrida moderne; ed. Cairn, 2000).

Ivan Fandiño che piazza lontano Laurel di Fuente Ymbro il lunedì di Pasqua, nel cuore della Provenza. Seduti sui gradini dell'anfiteatro di Arles, il 9 aprile migliaia di aficionados vedono quel toro sbranare schiumando i metri che lo separano da quel panno rosso, teso provocatorio proprio davanti ai suoi occhi, armeggiato da un torero statico, sicuro. Il braccio teso e la muleta reggera spezzano quella corsa, vorticando attorno all'uomo che rimane in posizione, ancora orientato verso il suo nord.


(foto Ronda - Vistalegre, Bilbao 2012)




sabato 27 ottobre 2012

Belmonte a teatro

Il nostro ufficio stampa ci segnala che il 27 e 28 novembre prossimi, al teatro Elfo Puccini di Milano (*), andrà in scena Belmonte, spettacolo di teatro danza diretto da Cesc Gelabert in cui la corrida è al centro della sceneggiatura.

Posto che il sottoscritto non ha la più pallida idea di chi sia Cesc Gelabert (*), e che ritiene la danza una forma d'arte piuttosto noiosa e di appeal stucchevolmente borghese, mi sembrava una buona idea darne notizia, si sa mai che lo spettacolo non incroci i gusti degli aficionados milanesi.


giovedì 25 ottobre 2012

Video killed the radio star (2)

Galvanizzati dalla prolifica attività di carico e scarico di filmati in rete, e convinti dalle prime nebbie padane a prediligere comode serate casalinghe a oscure e umide avventure per la città, ecco una sventagliata di video che, sperabilmente, potranno rendere meno malinconici i dopocena qua dalle nostre parti.

A Barcellona i tori non sono ancora solo un lontano ricordo: sulla conversione della Monumental se ne sono dette tante, di sicuro c'è che là dentro ancora suonano pasodoble e cavalcano picadores. Non in modo ortodosso, certo, più che altro ortodontico.
Avviso ai nostri amici amici dei nostri amici a quattro zampe: video cruelty-free.

I ragazzi arrivati a Saragozza per la finale del Campionato di Spagna di Recortadores hanno un'aficion infinita, si prendono senza battere ciglio tori che andrebbero bene per Bilbao o Ceret e la gente un paio di settimane fa ha riempito all'inverosimile l'arena per applaudirli. Tante corna così i nostri del giddieci le vedono solo nei peggiori incubi, vuelta al ruedo per questi coraggiosi.
Avviso ai nostri amici amici dei nostri amici a quattro zampe: video cruelty-free.

Infine una supertopa di cui, colpevolmente, fino ad oggi ignoravo l'esistenza, evidentemente adusa a presenziare di fronte alle telecamere, ha deciso di provare il brivido del toro: Adela Ucar, giornalista e splendida, si è messa nelle mani de El Juli e di Padilla e nel giro di tre settimane ha cominciato a maneggiare capa e muleta prima e si è messa di fronte a un torello alla fine.
Ne è venuto fuori questo 21 dias toreando, un reportage divertente come lo sono quei filmettini-popcorn per adolescenti, insomma non roba da premio Oscar ma perfetta per passare una serata senza pensieri.
Avviso ai nostri amici amici dei nostri amici a quattro zampe: video non cruelty-free, ma la ragazza in traje campero merita un piccolo sacrificio.



(foto Ronda - Madrid, mercado de San Anton)






mercoledì 24 ottobre 2012

Video killed the radio star


Per chi ancora non ne avesse goduto, Signes du Toro ha trasmesso domenica scorsa un'interessante puntata monografica dedicata al solo francese di José Tomas: Ce monsieur, questo il titolo del lavoro, alterna immagini di quella trionfale mattinata alle parole di Rafael Lisita, unico subalterno francese ad officiare quel giorno agli ordini del maestro, e di Denis Podalydes, attore e regista francese che ha assistito alla corrida e ne è uscito travolto di emozioni.

E' vero che il video e a maggior ragione la differita deprimono e castrano la visione della corrida, che trova la sua grandezza nell'effimero e irripetibile hic et nunc, ma d'altronde per chi quel giorno non era a Nimes questa è una buona occasione, conosciuta anche l'avarizia di José Tomas nel concedersi alle telecamere.

In realtà quel 16 settembre gli aficionados francesi sparsi per il sud avevano un'alternativa romantica: la radio.
France Bleu ha trasmesso la radiocronaca dell'evento, e occorre ammettere che una corrida raccontata in diretta, per sola voce, nell'era di internet e della multimedialità esasperata, beh...è un'idea romantica davvero.
Deve essere straniante e affascinante insieme sentirsi rivelare una serie di veroniche o l'entrata del toro così, da una voce che arriva dall'aria, indovinando gli olé dell'arena in sottofondo, riconoscendo i suoni abituali dietro all'inevitabile gracchiare.
Via Campos y Ruedos abbiamo scoperto che un aficionado francese ha addirittura messo online, su una sua pagina, alcuni passaggi di quella trasmissione: il tutto assume a questo punto una dimensione diversa, e si arriva senza dubbio a toccare il surreale.

Ecco dunque cosa avrebbero regalato all'etere i due commentatori, quel giorno, quel 16 settembre ormai storico:
- al primo toro "Due orecchie, è troppo"
- al secondo: "E' una faena da una sola orecchia in un'arena di prima categoria, ma qui oggi è speciale, allora due orecchie, è normale"
- al terzo toro: "Non cè ancora stato alcun toro da trionfo" (e si era già a sei orecchie)
- al quarto: "Cosa chiedono adesso, l'indulto? No, non bisogna".
- al quinto toro: "Il toro è di una razza discutibile". "Un'orecchia è sufficiente, il presidente non vuole, seconda orecchia e via tutto".
- al sesto: "E' mancato un grande toro in questa mattinata". "Abbiamo vissuto un grande momento, ma non un'apoteosi, è stata una corrida rilassante".

Quella chiosa, quel corrida rilassante, è un pezzo di geniale sarcasmo e di perfetta capacità di sintesi, roba che solo alla radio.

Video killed the radio star.
Video killed the radio star.
Pictures came and broke your heart. 



(foto Ronda - un Miles Davis torero, quest'anno in esposizione a Nimes)


martedì 23 ottobre 2012

El toro bravo - ganaderias miticas

Viene istintivo, sfogliando avidamente le pagine, provare molta e sincera invidia per l'autore di questo libro: José Luis Prieto Garrido ha confezionato con El toro bravo - ganaderias miticas un compendio entusiasmante sopra il toro da combattimento, un testo completo che analizza un ventaglio di encastes impressionante.
L'invidia nasce essenzialmente immaginando Prieto Garrido, che di mestiere fa il veterinario, guidare la sua vettura per tutta la Spagna, a visitare e studiare i 37 allevamenti di bravos che sono illustrati nell'opera: da Adolfo Martin a Cuadri, passando per Alba Reta e Osborne, per trentasette volte il nostro autore ha varcato le soglie di una finca per incontrare il mayoral o l'allevatore, per intervistare i suoi ospiti sulle caratteristiche morfologiche o comportamentali dei loro tori, per discutere di bravura e genìa.

Dopo un interessante preambolo che introduce alle caratteristiche principali del toro da combattimento, il libro si snocciola in ventiquattro capitoli, ognuno dei quali si sofferma su una casta o su un encaste in particolare: dal pedrajas all'atanasio fernandez, dalla vazqueña alla cabrera, l'appassionato di tori troverà in queste 500 pagine di che soddisfare ogni curiosità e desiderio di conoscenza circa genealogie, origini e evoluzioni di un ramo di sangue, morfologia o comportamento delle caste in via di sparizione o degli encastes oggi più alla moda.

Particolarmente interessanti e illuminanti le trascrizioni delle chiacchierate, ché parlare di intervista sarebbe non adeguato, che Prieto Garrido ha intrattenuto con i proprietari o i curatori dei tori cui portava visita: discussioni senza copione in cui si va dall'idea di bravura che ogni allevatore promuove ai diversi approcci alla tienta,  dalle censure nette alle fundas (Tomas Prieto de la Cal, Cuadri) all'esaltazione delle fundas (Torrestrella, JPD), da aneddoti succosi alle storie dei tori più celebri di ogni allevamento.

Un libro prezioso, dove si parla solo del toro, da godere lentamente come un bicchiere di buon vino.




domenica 21 ottobre 2012

Davanti agli occhi miei

Ti capita di sederti nel tendido di Las Ventas per una delle ultime della stagione, sulla sabbia i sei di Palha.
Roba dura, inadatta ai fenomeni della classifica, per gente sincera e coraggiosa.
Ti capita di palpitare per quanto succede là al centro, per quelle corna smisurate, per quei muscoli tesi, per quei corpi sproporzionati.
E poi ti capita infine di girarti un attimo, solo un attimo, e renderti conto che c'è chi sta vivendo, in quell'istante, un momento diverso, una sospensione infinita, un'angoscia privata.

"Quando si guarda toreare il proprio fratello, lo si fa con le budella, non con gli occhi."

La foto è di Zanzibar: quarto toro del pomeriggio, in pista Fernando Robleño, con la testa fra le mani suo fratello.


(foto Zanzibar, la ragazza si è messa pure a scrivere su Campos y Ruedos: per chi pratica il francese, una delizia)





venerdì 19 ottobre 2012

Giornalismo di qualità

Già me li vedo i manipoli di puristi della fiesta agglomerarsi davanti all'arena e fischiando e ululando brandire cartelli con scritto "Il barbaro show deve tenersi all'aperto!" o ancora "Giù le mani dalla sanguinaria corrida!".

Straordinario Gian Antonio Orighi oggi sulla Stampa.



(foto Ronda - Las Ventas)

giovedì 18 ottobre 2012

In morte di Bernardo Valencia

Esattamente un anno fa se ne andava Bernardo Valencia, matador de toros venezuelano: pubblichiamo questa intensa lettera che ci invia proprio oggi un nostro lettore


Venezia, 18 ottobre 2012

La notte scorsa, con la nebbia fuori dalla finestra, mi sono deciso a recuperare una scatola di latta piena di biglietti di corride alle quali presenziai in ventinove anni di passione, e subito ho pensato di estrarre il pezzo più pregiato: corrida de toros del '98, con un cartel formato da Bernardo Valencia, Joselito e José Luis Moreno.
Il ricordo è meno nitidio, le parole non esistono in questa malinconia: cerco ancora nei miei tesori, e gli occhi rossi stanno piangendo lacrime.
Lacrime per Bernardo Valencia, l'uomo, il torero amico mio, que non c'è più.
Siamo ancora qui con polso fermo, con i pensieri incupiti dalle tante difficoltà, noi i tuoi ammiratori continuiamo a combattere per vedere un giorno il tuo nome inciso nella pietra.
A volte, solo in questa terra, mi vengono in mente le tue storie. Oggi sarebbero ventotto anni di carriera: il totero più importante della geografia nazionale, Bernardo della più prolifica dinastia di toreri dopo quella dei Bienvenida, Bernardo il figlio di Evelia e del Quemao.
Una carriera di cui fui testimone in preima persona, insieme al tuo amico Carlos Carli: Bombita non si sbagliava nel dire che saresti stato, un giorno, torero!
Maestro, vorrei dirti che i tuoi figli seguono il tuo cammino, Cristian si è da poco presentato in piccata in Spagna, il figlio di Cesare, Cesar Valencia, ha debuttato a Madrid e il figlio di José Antonio Berna Valencia sta portando avanti il nome della dinastia in Venezuela.
Sono sempre in contatto con i tuoi fratelli, e in modo speciale con Luis Miguel: e quando ci riuniamo sempre torniamo a ricordare quei giorni, quei momenti prima e dopo le corride.
Perdonami se non ricordo dettagli e date che tutti conoscono, ma mi considero un tuo amico e non un matematico, perdonami, però mentre cercavo nella mia scatola ho trovato una delle tue largas cambiadas, e i miei occhi stanno piangendo lacrime.
Lacrime per Bernardo Valencia, che non c'è più

Carlos Javier Carli “Chamaquito”


martedì 16 ottobre 2012

La patata intera

E' un'antologia di delizie, il numero 1936 di Toros: andrebbe distribuito gratuitamente fuori dalle arene e gli abbonamenti si impennerebbero, non c'è dubbio.
La copertina passa a colori, in virtù di una scelta imposta da spietate leggi tipografiche, e questo è l'unico neo di un'edizione altrimenti perfetta: sarà difficile non rimpiangere l'austero bianconero della facciata, screziato solo da quella testata rossa e bianca, altrettanto austera e seriosa. Certo è che il passaggio alla quadricromia regala al lettore una splendida veduta aerea di Ronda (che, non fosse altro per il nome, è evidentemente la città più bella d'Europa), e la malinconia si attenua. La perfetta rotondità della Real Maestranza si affianca al chirurgico taglio del Tajo, e subito tornano alla memoria le serate fresche e felici passate lassù, in quell'estate altrove torrida, e le parole giuste di Hemingway. Ronda è la città dove fuggire con un'amante, diceva papa Ernesto.
La base di questa nuova tiratura della rivista è proprio Ronda e la sua corrida goyesca: Joel Bartolotti e Pierre Dupuy, due pesi massimi dell'aficion francese e mondiale, picchiano duro e confezionano un servizio appassionante e perfettamente documentato sulla scuola rondeña, sulle prime dinastie torere della città, sulla genia degli Ordoñez. 
In effetti l'entusiasmo che queste pagine suscitano nell'aficionado si stempera e deprime subito dopo, leggendo l'impietosa cronaca della goyesca di settembre (la 56° edizione), uno spettacolo ormai ridotto al barzelletta mondana: e pensare che un tempo la corsa settembrina di Ronda radunava i migliori toreri e i migliori tori.

Ma poco male, la Vecchia Signora prosegue snocciolando nelle sue pagine grigie e vintage le reseñas complete e didattiche delle corse principali del settembre transalpino: ad Arles la goyesca ("è un'occasione unica per far piacere alla propria suocera, invitandola") e la concorso ("un profondo sentimento di saldi di fine stagione, quando invece una corrida concorso dovrebbe essere il massimo, il nec plus ultra della corsa di tori"); a Dax il successo di Ivan Fandiño grazie al suo toreo sincero ("donando costantemente la priorità al toro, permettendogli di esprimersi nel primo tercio, mettendolo convenevolmente in suerte e non lasciandolo sfiancarsi contro il cavallo, chiamandolo da lontano per mettere in evidenza la sua casta, non proponendogli altro che un toreo fondamentale"; "due orecchie e un successo enorme e meritato") e il leit-motiv delle corride commerciali ("arena piena e delusione"); a Nimes tutta la feria delle Vendemmie, tra un Morante preso a mal partito dal pubblico ("bronca di gala"), parole di rispetto per Lescarret all'ultima corrida della carriera ("per sintetizzare in una sola parola: dignità! Merci, monsieur") e naturalmente la cronaca della storica encerrona di José Tomas, dall'indicativo titolo di Quia nominor leo!; a Ceret, infine, per una corrida "molto seria" di Prieto de la Cal: "tutti pesavano più di 500 chili, muscolosi, ben armati; tre di essi con più di cinque anni di età, sono morti tutti con la bocca chiusa".

Ecco, ce ne sarebbe per leggere e rileggere tutto l'inverno.
Se non che, a rendere davvero antologico e unico questo numero 1936, c'è in seconda copertina l'abituale editoriale di Manolillo.
E in poco più di una cinquantina di righe si arriva all'estasi.

La storia è già un poco conosciuta, ma a leggerla così dettagliatamente raccontata si gode ancora.
Dunque succede che, come ogni anno, il sodalizio degli Amici della Goyesca offra la Chiave d'Oro del parador di Ronda a una personalità legata all'evento: quest'anno l'onore toccava a Rafael de Paula, come omaggio alla carriera e per celebrare il suo debutto nell'arena rondeña, avvenuto 55 anni or sono.
Ma Rafael Soto Moreno non è un personaggio qualunque, era imprevedibile e geniale di fronte ai tori e resta imprevedibile e geniale a 72 anni di età: in dieci minuti di leggendario capolavoro quel vecchio gitanaccio ha dato una lezione di protagonismo e arte unica e commovente nella sua follia, dieci minuti di surrealità perfetta, di toreria d'altri tempi.
C'è un video che circola in rete e che Manolillo sintetizza bene nel suo fondo, quando chiude il pezzo descrivendo l'esibizione del vecchio torero come un atto militante.
Esatto, un atto militante di anticonformismo, di sincerità, di lotta a qualsiasi comoda ipocrisia.
Un fanculo torero al  politically correct.

Il sindaco della città, attesa alla cerimonia, è in ritardo? Rafael de Paula dà fuoco alle polveri e dichiara senza imbarazzi ai giornalisti e agli invitati: "il sindaco è il sindaco, ma qui il personaggio principale sono io".
Il sindaco non arriva ancora? "Bene, me ne vado, sono venuto ma adesso vado".
Un inizio straordinario.
E si prosegue meglio: al direttore del parador, tutto occupato a giustificare il ritardo della signora sindaco, Rafael de Paula ricorda invece che "dovrebbe invece preoccuparsi di trovare da sedere per quelle ragazze là in fondo alla sala, costrette a stare in piedi; questo è il suo dovere".
Al sindaco finalmente giunto, dedica allora queste parole: "non so se comanda lei o no in municipio, dipenderà dal numero dei vostri consiglieri; però grazie per la sua presenza" .
Questa è arte, signori.
I giornalisti con ogni probabilità si stavano fregando le mani, qualcuno in sala rideva, ma sul tavolo delle autorità le facce erano tirate e nervose. Ma ancora non era si era alla fine.
Rigirandosi in mano il biglietto di invito alla cerimonia, Rafael il torero si rivolgeva direttamente a Humberto Parra, il pittore che aveva disegnato l'immagine in copertina: "Lei non sa dipingere, vi auguro che Dio vi tenga in vita abbastanza per imparare".
E infine, con i taccuini dei giornalisti ormai in cortocircuito, la stoccata finale.
Il figlio di De Paula, anch'egli presente alla cerimonia, aveva pubblicato poco tempo fa un libro biografico sulla vita e la storia torera del padre: il titolo non essendogli andato a genio, il nostro non esitava e concludeva questo enorme show invitando tutti "a non comprare neanche una copia di questo libro".
Genio.
"Ciò che c'è da avere nella vita è carisma; come sono venuto io me ne vado, perché qua è tutto malo: il libro è mal titolato e falso, il quadro sul biglietto è brutto e la sindachessa non so se comanda o no; e adesso torno a Jerez de la Frontera dove si mangia la patata intera".

Un atto militante di genialità.

Ecco, tutto questo sta nel numero 1936 di Toros.


domenica 14 ottobre 2012

Adios, Maestro

Oggi, 14 ottobre 2012, José Pedro Prados Martin, in arte El Fundi, darà l'addio ai tori.
Porterà l'ultima stoccata a un esemplare di Juan Pedro Domecq, e la sabbia sarà quella dell'arena di Palos de la Frontera.
Misero finale, in una piazza pueblerina, per un gigante della tauromachia.

Dal porto di Palos de la Frontera, parecchio tempo fa, salparono tre navi destinate ad andare a scoprire le Americhe e a cambiare la storia del mondo:  El Fundi non ha altrettanta ambizione, e si limiterà a combattere onestamente i suoi due tori, e a dare sobriamente il suo saluto all'aficion.
Le americhe di José Pedro Prados Martin sono state tutte le tardes di lotta e sudore, di combattimento autentico e di corna spaventose, non c'è più bisogno di scoprire niente, tutto è già stato detto e tutto è già stato scoperto.

Dolores Aguirre, Miura, Escolar Gil, Isaías y Tulio Vázquez, La Quinta, Charro de Llén, Hernández Pla, Hubert Yonnet, Prieto de la Cal, Samuel Flores, Veiga Teixeira, Victorino Martín, sono solo alcuni degli allevamenti che questo torero ha affrontato in carriera, una carriera costruita a combattere tori duri e rognosi, tori vigliacchi e terribili, tori che la maggior parte dei suoi più ricchi colleghi non ha mai voluto vedere neanche in fotografia: dai riflettori di Madrid ai pomeriggi apocalittici di Ceret, due luoghi dove El Fundi è stato per le stesse ragioni  amato, la sua concezione del toreo ha convinto e rapito gli aficionados più romantici, quelli legati all'idea di tauromachia come catarsi e riscatto definitivo dell'uomo, all'idea di tauromachia come disciplina grande e inarrivabile a condizione che a questa funzione partecipino tori integri e solidi, forti e selvaggi.
El Fundi, di questa liturgia autentica, è stato in venticinque anni di alternativa sacerdote privilegiato.

El Fundi per me è stato il maestro di quella encerrona concorso in un settembre di un pò di anni fa, impeccabile per tutto il pomeriggio; è stato il torero torero torero di quel lunedì glaciale ad Arles, nel 2008, di fronte a dei Miura terrificanti. E poi di nuovo a Bayonne o Dax, Barcellona o Madrid e altrove ancora, ora con il polso fermo, ora invece con i pensieri annebbiati, ma sempre, anche nelle giornate peggiori, dignitoso e serio.

Torero.
El Fundi era un torero così, senza aggettivi.

Adios, Maestro.


 (foto Ronda - El Fundi a Barcellona, 2010)





martedì 9 ottobre 2012

L'archivio Luce

"Oggi la storia sta finalmente per rendere onore a questi eroi:
non per apporre postuma sui loro orgogliosi petti una inutile medaglia
ma per rendere omaggio alla Storia dell'Uomo  
che si eleva al di sopra della Bestia
e dall'alto la dileggia; 
credano lorsignori a quel che vogliano,
lo si pensi anche ad un artefatto della cinematografia 
per il diletto di bimbi e donnine
e irridano pure questi orgogliosi e fieri fotogrammi
scritti col sangue e il sudore degli eroi..."



L'Istituto Luce è un pezzo importante dell'Italia per gli  italiani, già che in poco meno di un secolo di attività ha fatto da collettore per un popolo che si è ricostruito e infine identificato: strumento di propaganda del regime prima, capillare veicolo di informazioni e conoscenze poi, infine sistema di produzione di documentari e pellicole, l'Istituto ha portato il suo bianco e nero dalla grana grossa in giro per il paese, sugli schermi dei Lux urbani o sui teli arrangiati alla bene e meglio nei saloni parrocchiali di provincia.
In quelle immagini rigidamente bicromatiche gli italiani si sono riconosciuti e hanno imparato a conoscersi, hanno scoperto costumi e cultura nazionali come patrimonio collettivo, e hanno avuto davanti agli occhi immagini sì lontane ma in un qualche modo familiari: quei filmati di pochi minuti, confezionati con tecnologie ancora imperfette e che restituivano movimenti innaturali e saltellanti, sono l'album di fotografie in movimento della famiglia Italia, dagli anni venti ai primi del nuovo secolo.
Ed è capitato anche ai giovanotti della mia generazione di vedere, prima o poi, una Settimana Incom (in replica, naturalmente, che non siamo così vecchi), e di sentire quel tono metallico standard della voce fuori campo, a illustrare con aggettivi desueti e una prosa bizzarra le immagini che scorrevano sullo schermo.

Dal luglio di quest'anno, con un'operazione ammirevole e incalcolabilmente preziosa, l'Istituto Luce ha reso disponibile in rete il suo sterminato archivio: il canale Youtube di Cinecittà Luce sistematizza 30mila filmati, centinaia e centinaia di ore di cinegiornali, tonnellate di immagini e parole e musiche a raccontare quasi cinquant'anni di storia patria e di vicende del mondo.
Una delizia, sul serio.

A soddisfare le pruderie italiche, non di rado i servizi dell'Istituto si dedicavano al racconto di esotismi vari, narrando di vicende di paesi lontani, fatti curiosi o notizie di cronaca, con uno sguardo intrigato e teneramente ingenuo.
Ce n'è, naturalmente, anche per gli aficionados nostrani: inserendo come chiave di ricerca le parole corrida, o torero, da quel baule magico escono come per incanto filmati unici e divertenti, documenti storici affascinanti e magnifici. 
Ci si può passare qualche bella serata, adesso che si va verso l'inverno e i tori si stanno allontanando.

Finiti quei video, si può tornare alle cose serie e alla conquista di Marte: il capolavoro guzzantiano che è l'eredità migliore che l'Istituto Luce ha lasciato





domenica 7 ottobre 2012

Nuovi argomenti

Con colpevole ritardo, ma infine proprio nel giorno più giusto, diamo notizia dell'uscita del numero 59 di Nuovi Argomenti - rivista letteraria trimestrale fondata a suo tempo da Moravia.

L'edizione in questione porta il significativo titolo di Cover, ed in effetti non potrebbe essere altrimenti: si cimentano in questa uscita 19 autori, alle prese con atrettanti brani classici che nelle loro mani vengono rivisti, riscritti, reintepretati.

Il nostro Matteo Nucci non si è sottratto all'impegnativa sfida, e compare in Nuovi Argomenti con "Lontano dalla capitale del mondo", racconto che riprende e dà nuova vita al classico e famoso testo di Hemingway.
Nucci se la cava egregiamente, ma non gli si faccia mancare il sostegno dell'aficion: la rivista, ormai stabilmente nel circuito Mondadori, si reperisce facilmente in ogni libreria.

Olé maestro.




giovedì 4 ottobre 2012

4 ottobre, San Francesco d'Assisi

Oggi 4 ottobre il santo del giorno è San Francesco di Assisi, protettore degli animali: calendario dixit.
Per celebrare la considerevole ricorrenza la pagina Facebook di Animal Amnesty, non meglio precisata accozzaglia di potenziali liberatori di animali ("azione diretta come strumento di lotta privilegiato per la liberazione animale.", si legge nel profilo sul social network), ha deciso di pubblicare la foto qua di fianco.
Visono ritratti, in uno scatto perfetto e insuperabilmente tragico, Israel Lancho e il corno che Sevilhano, toro di Palha, gli infilò nel costato a Madrid: era il maggio del 2009.
La didascalia, come il logo in alto, naturalmente sono opera dei liberatori.

Con spirito deliziosamente e convintamente francescano, iscritti e simpatizzanti a quella pagina dell'Amnistia Animale hanno voluto nelle ore successive alla pubblicazione commentare l'immagine, così, en surplace, per contribuire al progresso dell'umanità.
Si va da un perentorio "sta gente deve crepare" (V.A.), a un delicato "mi piace eccome" (D.LD.B), passando da "peccato che sia morto l'animale e non la bestia" (E.P.), "questo sì che è uno spettacolo" (F.C.), "spero sia andato molto, molto a fondo" (F.S.P.), a "spero che muoia tra atroci sofferenze oppure rimanga invalido a vita" (M.P.M.), che vale come sintesi e manifesto.

Ora, è evidente che stiamo parlando con ogni probabilità di persone inconsapevoli della portata delle proprie azioni verbali, ed è altrettanto vero che Facebook è il luogo per eccellenza dello sfogo disarticolato e disgraziato: qualsiasi minchiata o brutalità venga in mente uno la può pubblicare, senza moderazione.
Si pensi solo che su quella stessa pagina di liberatori, gli amministratori sono convinti che l'elefante sia vegetariano e non invece erbivoro, e non paghi fanno dell'elefante un modello di vegetarianesimo, dieta a loro dire capace di rendere forti e grandi.

In definitiva c'è poco da commentare, sarebbe esercizio troppo facile vista la disparità delle intelligenze in campo e, riconosciamolo, in qualche misura inutile.
Solo, occorre prendere atto.





lunedì 1 ottobre 2012

Treddì

Oddio, la tecnologia "anche tu nel vivo dell'azione" del Supermotogipìeccetera arriva pure alla corrida.

Qua è Lescarret, fresco di despedida, che si è infilato una telecamera in testa e ha ripreso la lidia di una vacchetta, in una giornata organizzata tra peñas nel sud-ovest della Francia.

In sottofondo, One degli U2.



domenica 30 settembre 2012

Taurus in terra

In effetti lascia stupefatti: arrivare in piazza Sant'Antonino dalla graziosa via Verdi o scendendo da via Felice Frasi, riconoscere la facciata elegante del teatro e il campanile ottagonale della basilica...e poi trovarsi a fronteggiare quell'enorme corno, gigantesco e minaccioso, perfettamente a suo agio nella piazzetta recentemente recuperata.
Sono tanti i passanti che si fermano curiosi e colpiti, i bambini scherzano attorno al bucranio, gli adulti abbozzano interpretazioni e letture, nessuno rimane indifferente.
Basta così poco, a volte, per rendere migliore e viva una città. Un'opera d'arte contemporanea, un'installazione, un guizzo di creatività.

Per chi passasse a Piacenza, fino al 15 ottobre è possibile ammirare Taurus in terra, enigmatica e affascinante opera di Brunivo Buttarelli.

Un corno tanto spoporzionato che sembra di stare a Ceret.



(foto Ronda)

giovedì 27 settembre 2012

La Biancaneve torera

Sarà una Biancaneve torera a rappresentare la Spagna ai prossimi Oscar: a Hollywood arriva Blancanieves, il film del regista basco Pablo Berger che ha trasposto la favola classica nell'ambiente taurino degli anni '20.

Qui qualche notizia e un primo trailer, qui qualche immagine.



mercoledì 26 settembre 2012

Italiani pratici

Un nostro lettore, residente a Venezia, ci segnala che possiede tutto il necessario per praticare toreo de salon: cerca aficionados della zona, o disposti a viaggiare per raggiungerlo, che abbiano voglia di praticare un pò di esercizi con capa e muleta, in sua compagnia.

E' possibile mettersi in contatto con Javier cliccando qua.




(foto Ronda - Casa de Campo, Madrid)

lunedì 24 settembre 2012

Un sabato costituzionale

Metti un sabato di metà settembre, un viaggetto in treno fino a Alessandria con l'aria ancora fresca del primo mattino, e poi da lì, recuperato da due giovani piemontesi, in macchina fino a Nimes: tante ore e tanti chilometri, certo, ma meglio così, c'è stato il tempo per dirsi tutto e per godere dei panini ancora caldi e imbottiti di qualche fetta di salume di quello nostrano.

Metti che arrivi a Nimes a metà pomeriggio, che trovi il sole caldo e giallo del midi e che in hotel la colonna romana ti accoglie narrandoti tutto, la festa meravigliosa, la città stupenda, l'eccitazione per l'appuntamento del giorno dopo.
Metti che si stia facendo tardi, tra una doccia rigenerante e il cazzeggio di rito, e insieme si esca trafelati e si affretti il passo, e finalmente si entri nell'arena: per trovare una plaza de toros piena, meravigliosamente piena di gente e sospiri e passione.
Là in alto, negli ultimi ordini di quei gradini che hanno resistito alla storia degli ultimi due millenni, già sono installati i due cremonesi, che ora si sbracciano per salutarci e invitarci.
Ecco.
Da Piacenza e Nizza Monferrato passando per Alessandria, da Cremona costeggiando Genova, da Roma con una deviazione a Marsiglia, e poi ritrovarsi lì in quell'arena, felici di essere insieme ancora una volta, ancora una volta ai tori.
Sublime.
Là sotto i due toreri sfilano al suono della Carmen, la gente batte le mani e poi li chiama a salutare.
Morante è deciso a mostrarci il vero Morante, a suo modo uno spettacolo: sono in pochi a saper reggere con tanta ostentata indifferenza un paio di broncas perfette nella loro rotondità, e a uscire con tanta dignità a fine corsa, una volta spento l'enorme sigaro fumato dolcemente nel contropista.
Il toreo di Manzanares è l'elogio dell'eleganza, la figura armonica e le movenze sinuose e plastiche; ma il polso malandato fa cilecca e la stoccata è puntualmente difettosa, così che il passaggio della giovane stella risulta meno trionfale di quanto avrebbe potuto.
Metti che però, davanti a tutto questo, appollaiati là in alto si segua la corrida con uno spirito diverso, di distratta concentrazione e totale assorbimento, fermando ad ogni occasione il ragazzo delle birre e spartendosi generose porzioni di torta verde.

Metti che finita la corrida la città ti si apra lussuriosa, invitando a percorrere le sue strette stradine sulle quali si affacciano tentratrici bodegas di ispirazione flamenca o piccoli bistrò volutamente demodé: la serata comincia con qualche pastis, poi si passa al rosé fresco e profumato, e si prosegue bighellonando da un posto all'altro, sbocconcellando tapas e rivivendo i gesti del pomeriggio. Domani c'è José Tomas contro sei tori, nelle piazze e sul bolevard non si parla d'altro, siamo travolti da questa tensione eccitata.

Metti che la birretta di chiusura è consumata così, in piedi appoggiati ad una ringhiera a osservare la gente che passa ridendo, e che infine si decida di rientrare.
A letto, ti addormenti subito e sereno, stanco per i tanti chilometri e sfiancato da tanta gioia, pur se non prima di aver scambiato una buonanotte virile con il tuo compagno di stanza (sogni d'oro, dolcezza).

Metti che hai la fortuna di vivere una giornata così, una giornata di quelle perfette e che non hanno prezzo e che non vorresti mai più nemmeno ricordare per la paura di guastarne la memoria.
Con la consapevolezza che se non fosse stato per i tori, nulla di tutto questo sarebbe mai stato tuo.

Metti però che, contestualmente, un gruppo di rancorosi e tristi personaggi voglia impedirti tutto questo, voglia convincere il mondo intero che questa giornata è sadico macello e nulla più, e che si rivolga addirittura alla Corte Costituzionale per dire che no, la cultura dei tori, l'amore per la natura e il rispetto per gli animali, la trazione della corrida e la meraviglia della condivisione, per dire che tutto questo va abolito, basta, cambiate hobby, assassini, per portare le sue patologiche ossessioni fino al più alto grado di giudizio, per giocarsi il tutto per tutto, per farla finalmente finita una volta per tutte.
Metti che, appunto interpellata, la suddetta Corte non vacilli e laicamente affermi che sì, il tuo sabato è perfettamente costituzionale, e che a Ceret, Arles, Bayonne o Roquefort tori ancora correranno e uomini e donne ancora festeggeranno la vita.

Agli abolizionisti non rimane altro che profanare, ancora una volta, la statua di Nimeño II.
Dedichiamo un brindisi anche a loro, poveracci.

(foto dal web: l'ultimo capolavoro delle milizie anticorrida)





sabato 22 settembre 2012

Atto di dolore




Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati,
perché peccando ho meritato i tuoi castighi
e molto più perché ho offeso Te,
infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa.
Propongo col Tuo santo aiuto
di non offenderTi mai più
e di fuggire le occasioni di peccato.
Signore, misericordia, perdonami.




- in regalo due articoli diversi e significativi: Pais e Midi Libre;
- nell'immagine, un'opera di Sylvain Fraisse



venerdì 21 settembre 2012

Ultim'ora


La corrida in Francia è giudicata conforme alla Costituzione.

Possiamo tornare tutti a Ceret, noi a vedere i tori, gli abolizionisti con il loro apocalittico banchetto fuori dall'arena.


Danza di vita e di morte

A proposito di confronti impossibili, Matteo Nucci ci propone questo interessante parallelo tra Manolete e José Tomas, che subito e volentieri pubblichiamo: l'encerrona di Nimes vista da un'altra e originale prospettiva, a confermare che la tauromachia è capace di suscitare ogni volta mille emozioni e sensazioni diverse.
Buona lettura.


Danza di vita e danza di morte - Il parricidio di José Tomas


di Matteo Nucci



Ci sono sere in cui, dai tori, si esce trasformati. È accaduto quello a cui aspira ogni incontro fra uomo e animale: produrre un trasalimento che dà una gioia sconfinata, una sorta di ebbrezza: l’impressione che la vita possa avere la meglio sulla morte. In quelle sere, i fortunati che escono dall’arena, in genere tentano di ripercorrere quanto è accaduto, di risalire alle origini estetiche del loro trasalimento. Chiunque li potrebbe vedere mentre camminano per strada e ridono, aprono le braccia, bevono, sputano disperatamente la coccia delle pipas che si è infilata tra i denti, eppoi cercano di ripetere qualche movimento, qualcuno dei movimenti magici che si sono manifestati come un dono divino nella plaza. Se vedete uomini che escono in questo stato dall’arena, sapete cosa sta capitando loro: sono impegnati in una delle più impossibili delle operazioni concesse ai mortali: fermare un istante con cui credono di aver vinto la morte, cercare di ritrovare il movimento plastico, di inaudita bellezza, quel movimento in cui l’uomo e il toro si sono uniti perfettamente e che è già scivolato via per sempre, è ormai andato a finire tra le estasi fuggevoli perse nell’eternità del tempo, è irrimediabilmente scomparso e non tornerà mai più. Eppure chi esce dall’arena non vuole saperne. Prova con un natural, seguito da un altro natural. Un cambio di mano. Una impressionante chicuelina seguita da una media che sembrava tagliare l’aria e annichilire di silenzio ogni cosa. Chi esce dall’arena non vuole crederci che la corrida sia finita e quella vittoria sulla fine sia passata e non ci saranno televisioni, video, testimonianze o racconti capaci di restituirla. Chi è appena uscito dalla plaza che consacrerà fra i luoghi elettivi di tutta una vita cerca di riprodurre il gesto, il desplante supremo, lo sguardo del matador, i due passi di toreria con cui si è voltato al termine di una serie impressionante. Non ne vogliamo sapere della nostra mortalità. Non vogliamo accettarla.
Ci sono volte in cui poi uno esce dai tori e non prova a ripercorrere neppure un movimento perché se ne sono visti talmente tanti che non si è capaci di ritrovare un solo gesto. Il trasalimento è stato a tal punto feroce da averci condannato alla consapevolezza. Usciamo dall’arena sapendo già che tutto quel che abbiamo visto è perduto per sempre e non lo ritroveremo mai più. Sapendo che dovranno passare anni prima di poter provare qualcosa di simile. C’è un sorriso stampato sulla faccia di chi esce dall’arena che è un sorriso inebetito e triste. Come se tutta quella festa, tutta quella gioia fosse andata a creare un’eternità tale che l’eternità è già finita: siamo mortali, la nostra festa ha sfiorato le divinità, le divinità non ce lo perdoneranno.
Per chi va a i tori si tratta di momenti che creano uno spartiacque, una linea di confine. Questa linea è stata tracciata tre giorni fa, a Nîmes, nella corrida del mattino, con i sei tori affrontati in solitario da José Tomás. Passeranno anni e si sprecheranno litri di inchiostro per tentare di decifrare cosa sia capitato in quelle due ore e mezzo di estasi. Amanti e detrattori. Critici e idolatri. Nessuno potrà evitare di confrontarsi con l’argomento perché non c’è dubbio che la storia della tauromachia ha trovato, nel sole che inondava l’arena romana di Nîmes domenica mattina, una di quelle tappe epocali, forse simboliche, che scandiscono il cammino della storia della corrida moderna. Si tratta indubitabilmente del momento più importante che la breve vita della corrida a piedi ha attraversato dall’inizio del nuovo millennio. E così stanno le cose, che piaccia o meno l’arte di José Tomás, che piacciano o meno i tori che ha affrontato, che piaccia o meno Nîmes e il suo presidente che ha accordato alla mattinata di tori trofei impensabili altrove: undici orecchie, una coda, un indulto. Il momento è storico per molte ragioni, oltre alla portata del trionfo torero: il 2012 è stato l’annus horribilis della corrida, numeri mai così bassi (principalmente per la crisi economica, ma non solo) proprio nella prima stagione in cui la violenza antitaurina ha spinto al divieto in Catalogna. La congiuntura economico-culturale è drammatica e non basta la difesa degli intellettuali. Un grande aiuto per ora, viene dalla Francia e dalla sua ostinazione, dalla capacità di mostrare la profondità culturale dell’arte tauromachica a tutti gli effetti, fino a aver inserito la corrida fra i beni immateriali  del patrimonio culturale del Paese. Proprio in Francia, anziché come era solito a Barcellona, è venuto a chiudere la sua brevissima stagione (tre corride) il più misterioso e amato fra i toreri contemporanei, l’unico che fa sempre il tutto esaurito e che porta alle ferias cui partecipa un enorme indotto economico. La straordinaria corrida di José Tomás è arrivata dunque nella giornata più simbolica.
Ma saranno altri a raccontare tutto questo. Ci sarà tempo per inserire la data tra i momenti di svolta della corrida, da un punto di vista taurino e da un punto di vista politico, da un punto di vista sociale e antropologico e da un punto di vista filosofico. Contentiamoci, per ora, di capire almeno un po’ il motivo per cui domenica 16 settembre uscivamo dall’arena romana inebetiti, vinti, distrutti da una felicità improvvisamente mutuata in tristezza, una specie di assenza e di vuoto, l’effimero del sublime che già ci faceva mancare la gioia di una miracolosa vittoria sulla nostra natura finita. Cosa era successo nell’arena?
Le cronache possono raccontarci, secondo per secondo, la varietà con cui José Tomás ha affrontato i suoi tori. I gesti con il capote, ogni volta diversi. I movimenti della muleta, ogni volta diversi. Le cronache possono raccontarci come il torero abbia conosciuto ogni volta gli animali con cui si trovava a confrontarsi, la sua fermezza nel voler penetrare il cosiddetto “mistero del toro”, la sua capacità di accogliere l’animale e andarne a cercarne subito l’anima per portarla in superficie, svilupparla, farla crescere fino al massimo delle sue potenzialità. Le cronache ci raccontano tecnicamente la natura delle cinque stoccate con cui José Tomás ha ucciso, senza mai sbagliare il primo colpo. Io, però, ora voglio parlare dell’unica stoccata simbolica, la stoccata mancante, quella che racconta esemplarmente le altre cinque stoccate, la spada con cui José Tomás non ha ucciso nessun toro, ma ha ucciso suo padre, il suo padre elettivo: Manolete.
Tutti sanno il rapporto ideale che lega José Tomás a Manolete. È un rapporto che alcuni sono arrivati a considerare alla stregua di un’ossessione. Un’ossessione che gira intorno alla morte. Tecnicamente, per quel che riguarda l’arte, il centro dell’eredità di Manolete è costituito da quello che in generale viene chaimato “toreo verticale”, ossia quell’austerità, quell’immobilità longilinea e apparentemente distante dalla terra, quell’aura ieratica che caratterizza ogni gesto di un corpo che pare aereo, desomatizzato, quasi spiritualizzato, salvo vederlo sanguinare o volare dopo il colpo che esso riceve dalle corna di un toro. Nei particolari, l’eredità del Monstruo si manifesta nell’esaltazione di movimenti che in altri casi e in altre circostanze sono valutati come poco significativi, movimenti – sembra un paradosso o un ossimoro – segnati dall’immobilità: su tutti, l’estatuario e la manoletina. Si tratta di due suertes che Manolete mutuò dal toreo comico. La prima, tutta fondata sull’immobilità del fare la statua, nacque dal gesto ridanciano del celebre Don Tancredo López quando, dipinto di bianco, si fingeva una statua nell’arena che il toro neppure vedeva. La seconda fu inventata da Rafael Dutrus detto Llapisera, uno dei più noti esponenti del toreo comico. Inizialmente erano mosse immaginate per il ridicolo. Con Manolete esse raggiunsero le vette della tragedia. Il grande torero, per raggiungere l’altezza tragica del confronto con la morte, deve saper sprofondare nelle bassezze del ridicolo e del grottesco, per riplasmarle. Manolete e José Tomás sacerdoti ieratici della tragedia cui giunge chi sprofonda nella commedia. Questo, stando al toreo nelle sue figure. E del resto, in assoluto, l’eredità che José Tomás ha colto di Manolete sta proprio nel rapporto profondissimo con la morte, nella sfida alla morte, nella visione tragica della morte dell’artista che ha visto il ridicolo della vita, ossia una danza di seduzione attorno alla morte che non sta soltanto nella ricerca di quella stoccata lenta e perfetta, con cui l’uomo si offre alle corna del toro per ucciderlo mettendosi completamente alla sua mercé. È qualcosa che ha a che fare con l’essenza del mestiere di torero e che semmai abitava già nel detto di Belmonte quando commentò con una delle sue geniali battute: “Se vuoi toreare dimentica di avere un corpo”. Il corpo José Tomás lo lascia in hotel, come si ripete spesso citando una sua risposta, mormorata a mezza bocca quando ancora non aveva deciso di smettere di parlare al pubblico per sempre. Abbandonare il corpo e il ridicolo che esso si porta appresso. Al punto che quel corpo José Tomás lo ha offerto più volte al toro in una sfida totale che ha portato spesso i critici a accusarlo di un atteggiamento suicida ingiustificato, o addirittura di tremendismo.
Tutto questo, a Nîmes, è scomparso. E non tanto perché nell’arena romana José Tomás non si è mai lasciato toccare dalle corna di uno dei sei animali (come del resto è accaduto nelle altre due corride della sua brevissima stagione). Ma perché ha ucciso i suoi tori percorrendo una strada nuova su cui nessuno prima lo aveva visto procedere. È una strada che deraglia dal corso che la storia della corrida prese quando Manolete decise di usare una finta spada per gestire la faena. Reduce da un infortunio al polso, il Monstruo di Cordoba chiese il permesso di usare un bastone di legno che simulava la spada ma ne modificava completamente il peso, allontanandosi drasticamente da quei tre chili che gravavano il lavoro del torero di un carico a volte fisicamente insostenibile. Era la data di nascita dell’ayuda, la spada che, più tardi in alluminio, ha assistito pressoché tutti i toreri nel loro lavoro con l’animale prima di usare la spada de verdad per l’uccisione. Il cambiamento è stato enorme. Non soltanto perché il torero ha potuto usare uno strumento più leggero. Quanto perché si è creato un momento di rottura all’interno della perfetta unità artistica della faena, un momento in cui il torero si ferma, cambia spada, torna nell’arena, mette in posizione il toro con passi di circostanza, per trovare il terreno giusto e le condizioni e la posizione dell’animale più adatti alla stoccata. Una lacerazione nella perfetta unità artistica della faena che domenica mattina José Tomás ha deciso di mettere in discussione per sempre.
Non è stata una scelta tecnica. Non ha toreato, José Tomás, con la spada de verdad, come fa per esempio Juan Mora, osannato autore di una straordinaria stoccata a Madrid il 2 ottobre 2010, un’uccisione che ha lanciato in piedi anche i puristi e ha fatto gridare al capolavoro assicurando a Mora una stagione di contratti e successi ovunque, in cui però il torero non è mai riuscito a ripetersi. No, José Tomás ha scelto un’altra strada. Ha ucciso il proprio padre uccidendo diversamente i suoi tori. Mai si era visto un torero mettere costantemente in posizione l’animale come è capitato domenica scorsa con passi leggeri, perfetti, passi con cui l’uomo non pensava affatto a spostare il toro sul terreno adatto o a dare all’animale il modo di mettere in parallelo le zampe anteriori. Passi con cui il torero danzava attorno al toro, danzava attorno alla vita. Il suo corpo verticale, austero, ieratico stavolta non era più un corpo aereo e insussistente. Era corpo in cui riluceva la vita. José Tomás e il toro. Uomo e animale in un’unità perfetta di derechazos e naturales, un’unica cosa fino a fermarsi, guardarsi negli occhi un’ultima volta, prima che il torero non cominciasse a guardare invece il buco degli aghi, l’ hoyo de las agujas, dove inserire la spada. Dalla danza di morte alla danza di vita. È stato questo, lo spettacolo sublime, esemplare di tutta la perfezione artistica che ha brillato sul Colosseo francese. E questa perfezione è arrivata con l’indulto.
Ora, nessuno può mettere in dubbio che l’indulto di domenica scorsa sia stato esagerato e, secondo le regole tauromachiche, fuori luogo. Ma all’apice di una festa così esaltante tutto è comprensibile. E tuttavia, aldilà di questa comprensione dovuta al delirio della festa, il fatto unico e sconvolgente è che quell’indulto sia arrivato al termine di una faena che José Tomás ha lavorato senza spada. Niente ayuda. Dall’inizio José Tomás ha lavorato il toro con la sinistra, eppoi con la destra, senza portare con sé in pista la spada. Gli appassionati sanno cosa significhi. Significa perdere il mezzo con cui il torero può ampliare la superficie della muleta per farsi passare il toro più lontano dal fianco destro. Significa fare fuori lo strumento che cerimonialmente i torero impugna sempre nella destra e che per questo fa sì che sia chiamato “destro”. José Tomás domenica scorsa con il suo quarto toro non ha portato la spada di alluminio, ha lasciato nel callejón lo strumento che inventò Manolete e ha lasciato per sempre dietro di sé il Maestro che gli è stato padre. Fortuna allora che quando un uomo ha gridato, proprio dopo l’indulto, la sua richiesta: “El pasodoble de Manolete”, nessuno abbia voluto ascoltarlo e solo un ragazzo ha ribattuto sarcastico: “el pasodoble di José Tomás!”
Difficile sapere ora su quali strade andrà il torero di Galapagar. La sua danza attorno alla morte ha cambiato segno. Molti dicono sia stata la ferita mortale a cui è sfuggito miracolosamente nel 2010 a Aguascalientes. Molti pensano che sia stato il figlio avuto dalla sua compagna l’anno seguente. E certo, per i biografi potrebbe essere uno straordinario segnale: il figlio che Manolete non ebbe mai con Lupe Sino, l’attrice che la madre del Monstruo, Doña Angustia, odiava e con cui – si dice – il torero sarebbe fuggito in Messico qualche giorno dopo la ferita mortale di Linares, il 27 agosto del 1947. Il figlio che avrebbe portato José Tomás al definitivo parricidio. Ma è inutile tentare la strada delle interpretazioni psicologiche. Certo, domenica, si è assistito a qualcosa di epocale, comunque la si voglia vedere. E forse il momento che più lo ha dimostrato è stato un indulto tecnicamente ingiusto in cui però si è sentita tremare l’ebbrezza dell’estasi umana quando gli uomini credono davvero di aver vinto la morte eliminandola dal mondo, anche dal mondo animale, anche dal toro che con la sua morte, una morte animale non razionale, dovrebbe lasciare all’animale razionale, l’uomo, la possibilità di trionfare sulla propria mortalità. Senza spada, il torero ha incontrato il suo toro e lasciando cadere simbolicamente la spada in terra il torero ha lasciato correre verso le stalle il suo toro. Senza spade finte il torero ha ucciso il suo Maestro e forse lo ha superato, e certo se ne è allontanato per sempre. È impressionante, infine, il nome che portava il toro di Parladé che gli aficionados hanno cominciato a mormorare e ripetere nel momento stesso in cui l’animale rientrava nella porta del toril. 501 chili, il toro nero ancora vivo nonostante la morte che si supponeva certa il 16 settembre del 2012 alle 12 e 45, portava sul nero del suo mantello un nome che si fa fatica a pronunciare tanto è roboante e significativo: Ingrato.

 (foto Fiore Galetti)

giovedì 20 settembre 2012

Cronaca ragionata di una tarde mattutina e trionfale

Se c'è una perfezione nel toreo José Tomas l'ha sfiorata, e in qualche momento magico e irripetibile addirittura raggiunta, domenica mattina a Nimes.
Antologico, straordinario, sublime: nessuno di questi aggettivi è esagerato per dire di un torero che ha inciso con caratteri d'oro una nuova pagina nel libro mastro della tauromachia.

Il diestro di Galapagar ha ribaltato un anfiteatro intero, sconvolgendolo nell'animo e elettrizzando i nervi, con una esibizione seria, completa, storica.
Un festival alla capa, con figure classiche e barocche ad alternarsi, con gesti rotondi e di dominio, seguendo l'ispirazione del momento: veroniche e gaoneras, invenzioni e classicismi, figure a una mano sola.
Non un solo quite snobbato, tori messi al cavallo con perfezione millimetrica con chicuelinas in movimento o con recortes secchi e precisi, e l'orchestra che celebrava questa poesia suonando in un paio di occasioni qualche passaggio di un pasodoble. Una meraviglia.
Nel terzo atto, con il panno rosso in mano, Tomas ha dato una lectio magistralis di toreo, ricamato e puro, sapiente e sicuro.
La faena al primo toro una delizia: i piedi uniti inchiodati a terra, José Tomas ha toreato a destra e sinistra rimanendo clamorosamente verticale, magnifico, nello spazio di un fazzoletto, la muleta lasciata libera e leggera.
Al quarto toro se possibile ancora meglio, con la stoffa ridotta ad uno straccetto: lo spadino lasciato nel callejon, il torero ha condotto e aspirato le cariche franche del suo avversario agitando un francobollo vermiglio, raggiungendo a sinistra vertici ineguagliabili di purezza e bellezza.
Una visione strategica impeccabile, passi e serie sempre misurati e adattati agli avversari: ora tocchi morbidi e invitanti, ora trincherazos secchi e autoritari, ora distanza e aria o invece prossimità e castigo.
Infine, e già questo darebbe la dimensione della straordinarietà dell'evento, un Tomas in stato di grazia ha ucciso cinque tori con cinque spade intere e centrate delle quali solo l'ultima imperfetta, sempre gettandosi in mezzo alle corna dell'avversario, incontro alla morte, totale. Il descabello è rimasto nella fodera, e non un solo avviso in una corrida intera, non uno, a testimoniare dei una perfetta gestione dei tempi della lidia.
Chissà se un giorno mai un altro torero potrà anche solo eguagliare tutta questa magnifica perfezione.

Queste cose, estremamente grandi e davvero indimenticabili, in una cornice altrettanto maestosa e per la storia.
Un anfiteatro pieno fino al suo limite, uomini e donne e bambini, gente venuta da tutto il mondo (Mexico presente! Colombia presente! Barcelona taurina presente!, scandivano questo e altro ancora voci isolate e applaudite durante la corsa), un'atmosfera indescrivibile di passione e festa e eternità.
Chi c'era porterà dentro per molto tempo le immagini di quell'arena viva e festosa.
Silenzio.
A Nimes domenica c'era un silenzio irreale e carico, che in nessun'altra arena si potrà mai sentire, anche questo sì davvero indimenticabile.
Rotto il paseillo, dopo il saluto obbligato e di rito, le porte del toril si sono aperte e come per incanto quindicimila persone si sono taciute, insieme: in quell'istante più che in altri, in quel silenzio totale e estatico più che nelle esplosioni di entusiasmo e negli applausi infiniti e roboanti, in quell'istante stava tutta la dimensione unica del momento, la pesante attesa della catarsi definitiva, la voglia di avere tutto.

Ma.
Ma uscito dal tunnel il primo dei sei (domecq di quelli rassicuranti, come tutti gli altri), nell'arena quel silenzio non svaniva, diventava invece imbarazzante e appiccicoso, e per chi scrive i brividi rimanevano, da quel momento e per tutta la mattinata, relegati all'ovazione assordante e partecipe che aveva accompagnato il paseillo.
Quel silenzio rimaneva ma cambiava di significato e diventava opprimente, perchè quel toro restava là, sulla sabbia e con le sue corne timide, senza riuscire a diffondere nel contropista, sulle tribune o sui gradini più alti quei sentimenti di paura, rispetto, ansia, tensione, che un toro da corrida deve suscitare e incutere.
Sei attori non protagonisti sono stati i tori di Nimes, sei comparse alle quali una regia poco coraggiosa aveva riservato un copione modesto e irrispettoso. Poca roba, davvero.
José Tomas ha affrontato, certo magnificamente, sei tori gentili, sei  prodotti certificati domecq, sei avversari molto educati che non hanno posto alcun problema, che hanno fatto di tutto per non rovinare la festa annunciata: sì, la festa era annunciata e questo ha tolto mistero ed emozione, tutto era perfetto, tutto era comodo, tutto era previsto.
Uscito il primo toro nell'arena, la magia elettrizzante della mattinata è piano piano svanita, trasformata in ammirazione e godimento per i vertici di arte raggiunti dai panni di José Tomas, ma svuotata di turbamento e batticuore

Tutto è andato come previsto,  proprio di fronte a questa evidenza io mi sono incagliato, i sentimenti si sono raffreddati e i brividi sono rimasti sotto la pelle.
Tutto è andato come previsto, tori facili e trionfo pieno, come se fossimo ad una rappresentazione studiata, ad uno spettacolo provato e riprovato, come se pagato (salato, in alcuni casi) il biglietto fosse lecito chiedere ed ottenere qualcosa di grande.
Si presagiva l'indulto da mesi, e l'indulto puntuale è arrivato, come se risparmiare la vita a un toro sia un trofeo aggiuntivo, sia un fatto obbligato per rendere una corrida riuscita, sia il bollino da poter esibire sulla tessera per poter dire io c'ero. Un indulto ingiustificato è un passo in più verso la decadenza finale della corrida, non è un evento da celebrare o ignorare con affettata sufficienza.
Non c'è reale grandezza nell'affrontare sei tori comodi, collaboratori, scrupolosamente buoni: nessuno di questi sei si era mai applicato sui testi di latino e greco, ma tutti avevano studiato con scrupolo il galateo delle buona maniere, con corna per una piazza di paese, educati fino al parossismo.
E l'unico toro con un briciolo di casta, il secondo (Jandilla), ha sbarrato la strada mancina al torero, che da quella parte non ha servito neanche un solo passo: e se dal palco cadono i due fazzoletti bianchi, per una faena senza un solo natural, mi si permetta di non gioirne e di non esercitarmi nei cinguettii isterici e orgasmici delle signore imbellettate per l'occasione.
Ecco, il palco. Undici orecchie, una coda, una grazia. Sono cose che vanno bene per Sanlucar de Barrameda, prima di andare a ingozzarsi di gamberetti, ma non per un'arena che si pretende la prima di Francia, d'Europa e del mondo, e non per un torero che è fra i più grandi e influenti di sempre.

Una mattinata indimenticabile (ma che cattivo gusto mettere il solo di José Tomas all'ora dell'aperitivo e dei noviglieri), una mattinata in cui il toreo ha toccato vertici di incantata bellezza, una mattinata che ha rilassato e appagato.
Dalla quale l'estensore di queste è uscito disteso, felice e pieno, ma non trepidante, non sconvolto, non segnato.
Niente brividi appunto, nessuna traccia di quella eplosiva adrenalina, di quel tremore nei nervi, di quella eccitazione elettrica che invece ci avevano attanagliato altre volte, fuori da altre arene, all'uscita da altre corride, a Bilbao, o Madrid, o Ceret o altrove ancora.

Il solitario di José Tomas è stato un evento storico, senza dubbio, ma appunto un evento: mediatico, mondano, commerciale. Artistico, sicuramente e grandemente, il capolavoro di un uomo capace di rendere eterni gesti effimeri, ma costretto ad un recital di toreo puro e perfetto, tanto bello (enormemente bello) quanto già senza sorprese.
La mattinata ha celebrato la grandezza definitiva e chissà se mai più equagliabile del toreo.
Ma appunto in questo sta il senso di questo sentimento di incompletezza: del toreo, e non della corrida.

José Tomas è un torero grande ed eccelso, peccato solo che non voglia prendersi le responsabilità che la sua statura pure gli imporrebbe: non è toreando una manciata di corride all'anno, con allevamenti di garanzia e in arene di provincia, ingrassando le tasche dei bagarini, che si difende il futuro della corrida.


(nella foto: volantino del viaggio organizzato Calahorra-Nimes-Calahorra)